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L'omelia nella santa messa crismale del giovedì santo   versione testuale

Ecco le parole del vescovo Ghirelli nel giorno del rinnovamento delle promesse sacerdotali


Cari sacerdoti e diaconi, cari fedeli.
Oggi “facciamo lo straordinario”: concelebriamo due Messe, per di più diverse tra loro quanto a tonalità, preghiere e letture. Questa Messa mattutina, nella quale si benedicono gli oli santi e si rinnovano le promesse sacerdotali, ci prepari alla Messa in coena Domini, perché ci riesca più agevole celebrarla con tutta la dedizione ministeriale che il Signore ci ispira, “come se fosse la prima, come se fosse l’ultima, come se fosse l’unica”. Proponiamoci quindi di prendere definitivamente le distanze dallo stato d’animo del conformista, che partecipa alle azioni comunitarie con senso del dovere, ma mette tutto se stesso solamente quando diventa unico protagonista. Sentiamoci intimamente solidali tra noi ed anche in comunione con quanti ci hanno preceduto a ricevere “il premio eterno”, come don Leo Commissari che ricorderemo prossimamente nel XX anniversario dell’uccisione.
Permettete di mettere in relazione il rinnovo delle promesse sacerdotali, che siete chiamati a compiere, con quello che ho chiamato “il riassetto” delle comunità parrocchiali e sull’amore preferenziale per i poveri, oggetto delle mie ultime note pastorali. È apprezzabile che le parrocchie siano chiamate a collaborare e ad aiutarsi, se non altro per mettere ciascuna a disposizione delle vicine la propria peculiarità: una devozione locale con la relativa sagra, un buon coro o un esuberante gruppo giovanile. Ciò tuttavia riuscirà nella misura in cui i preti per primi si abitueranno ad integrarsi, non soltanto scambiandosi qualche servizio, ma anche progettando insieme quelle attività che meglio riescono su base interparrocchiale. Mi riferisco in particolare alle attività caritative, sociali, formative e missionarie. Non consideratevi tanto custodi dell’esclusivo recinto parrocchiale quanto compagni di ministero che si aiutano volentieri, per allargare lo spazio della vita ecclesiale a tutte le espressioni e i bisogni dell’uomo di oggi. Auspico con passione che la fraternità sacerdotale non si riduca a qualcosa di ideale, ma diventi stile di vita e distintivo del nostro bel presbiterio.
Aggiungo un secondo richiamo, che associa amore ai poveri e ascolto dei giovani, nell’anno del Sinodo a loro dedicato. Come ho già fatto notare, i giovani di oggi conoscono la povertà più degli adulti, anche perché sono meno allenati ad affrontare le asprezze della vita. La prima cosa da fare per porre rimedio a questa disparità spirituale e sociale è accorciare le distanze tra noi e loro, mediante la riscoperta della nostra paternità, a cominciare dall’ascolto, tenendo presente anche in questo caso l’esempio di papa Francesco. Un modo pratico di ascoltarli, dando loro la possibilità di esprimersi, è coinvolgerli affidando loro, nelle parrocchie e nelle associazioni, dei compiti che li gratificano. Forse ci si può inserire anche nell’alternanza scuola-lavoro, sviluppando dei progetti formativi integrati.
Non intendo impartire direttive pratiche, non essendo questo il momento, ma semplicemente suggerire il modo concreto (e certamente anche faticoso) di conformarci a Gesù che, proprio per curarsi di quelli che il Padre gli aveva affidato, non ha preferito fare tutto da solo, non ha selezionato i collaboratori in modo da raggiungere degli standard elevati, non ha scelto iniziative di sicuro successo, ma si è sacrificato senza condizioni, scegliendo come suoi apostoli degli uomini del tutto paragonabili a noi. Avere l’umiltà di fare insieme, che comporta rinunciare ad agire autonomamente, da unici responsabili, selezionando i campi di apostolato in cui si riesce meglio, per abbassarsi a chiedere aiuto e accettare di condividere le incognite di esperienze pastorali inedite, difficilmente controllabili: proprio questo è chiesto al presbiterio oggi, nonostante la nostra età media sia piuttosto elevata, nonostante qualche intoppo iniziale e qualche moto di sfiducia.
Cari fratelli nel sacerdozio e nel diaconato, non pensiamoci a “fine corsa” ma all’inizio di un nuovo affascinante capitolo dell’evangelizzazione. Lanciamoci nella corsa, sicuri che i giovani non soltanto ci seguiranno, ma ci passeranno davanti. E noi ne saremo contenti.

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