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Intervista a don Gabriele Tondini dopo il ritorno definitivo ad Imola   versione testuale

Dopo sei anni in Brasile per il progetto Chiese sorelle, il sacerdote ha le idee chiare: "La Chiesa deve valorizzare i laici"


 Sei anni fa don Gabriele Tondini è stato mandato dalla diocesi di Imola in Brasile per il progetto Chiese sorelle che nel 1978 cominciò con don Leo Commissari . L’obiettivo era aiutare una Chiesa giovane e bisognosa: la diocesi di Santo André in Brasile. Il Brasile era in un momento di grande industrializzazione e la gente lasciava le campagne e le foreste per andare in città e lavorare in una fabbrica. In quel momento gli abitanti di San Bernardo, San Paolo, Diadema, Mawa, sono cresciuti in numero esponenziale. Tantissima gente migrava per lavorare e nacquero favelas e baraccopoli. Rientrato durante l’estate, don Tondini è definitivamente stabile nel nostro territorio.

Partendo da ciò che è stati gli ultimi suoi sei anni di missione: qual è il contributo che la diocesi di Imola ha dato in questi anni al Brasile, in particolare alla diocesi di Santo André?

Là i nostri sacerdoti hanno fatto qualcosa di meraviglioso. Con la diocesi di Imola abbiamo organizzato tre parrocchie e una trentina di chiese. Il nostro intento era andare in Brasile e fare l’impiantatio ecclesiae, cioè organizzare la chiesa e fondare una comunità. Ma non ci siamo limitati a questo: abbiamo anche fatto asili e una scuola professionale. Abbiamo piantato una vera e propria Chiesa, come un seme, che cresce. A giudizio del vescovo di Santo André, Pedro Carlos Cipollini, oggi la diocesi può camminare con le sue gambe, non c’è più bisogno di un aiuto economico o di preti. Allora è stato deciso che la parrocchia Gesù di Nazareth, l’ultima che avevamo, fosse consegnata alla diocesi di Santo André.

È dura lasciare il Brasile?

Da una parte c’è la soddisfazione in me perché è stato fatto qualcosa di bello, dall’altra parte è difficile andare via da una realtà come il Brasile che è molto emotiva, calorosa, e alla quale io sono legato da sentimenti di affetto. Perché credo che dove si soffre di più alla fine ci sia anche più attaccamento, più amore.

Come trova oggi la diocesi di Imola?

Trovo la diocesi di Imola innanzitutto invecchiata. Nel clero ci sono sacerdoti che hanno  70-80 anni e che mantengono la giovinezza di un cinquantenne ma è inutile che lo nascondiamo, l’età media è molto alta. Molti di questi sono eroici perché lavorano molto bene ma non riescono più a sostenere il peso di parrocchie grandi. Inoltre vedo la diocesi di Imola ferma al concilio di Trento, cioè ogni parrocchia ha il suo parroco, e in ogni parrocchia chi lavora è il parroco.

Approfondisca l’argomento.

Il Concilio di Trento stabilì la divisione in parrocchie e assegnò ad ogni porzione di terra un prete perché c’era abbondanza di clero. I laici dovevano solamente pregare, obbedire e mettere mani al portafoglio. Faceva tutto il prete. Noi siamo ancora in questa situazione e non riusciamo a sbloccarci: tutto ruota attorno al prete. Deve cantare, leggere le letture…Mi chiedo: dov’è la comunità viva? Noi dobbiamo cambiare questa situazione perché i preti sono diminuiti e soprattutto il mondo è cambiato. Non possiamo continuare nel 2017 con il modello del concilio di Trento.

Qual è la soluzione?

Non ho soluzione ma bisognerebbe riunirsi per cercare di prendere le decisioni insieme, anche con i laici. Il vescovo per prendere decisioni deve ascoltare i sacerdoti ma anche persone non appartenenti al clero. I consigli pastorali dovrebbero essere luoghi di discernimento. Bisognerebbe chiedersi: che cosa il Signore ci vuole dire in questa situazione di crisi? Credo occorri puntare sulla valorizzazione dei laici. Non è possibile che dopo il Concilio Vaticano II i laici siano tenuti ancora da parte. Quello che tiene in piedi una parrocchia, anche piccolissima, è una comunità viva che si prende cura del catechismo, della pulizia della chiesa, dei canti, delle letture. Devono essere laici in unione con il prete che si prendono a cuore tutto ciò perché numericamente il prete non ce la fa più a fare tutto.

Come incentivare questo graduale passaggio di responsabilità?

Ci vogliono dei laici ben formati che non imitino i preti ma che siano innamorati del Signore e si mettano al servizio della missione della Chiesa. Posso pensare ad una parrocchia che non ha il prete perché ne sta seguendo tre contemporaneamente ma non posso pensare ad una parrocchia senza la comunità dei fedeli. Essi sono gli apostoli di questo nuovo secolo. Bisogna capire i segni dei nuovi tempi nonostante sia difficile entrare in questa nuova mentalità. Questo cammino di cambiamento devono farlo sia i preti che i laici.

La diocesi di Imola potrebbe prendere spunto dai frutti raccolti in America Latina?

Magari dove non c’è un prete si può eleggere un laico che faccia da punto di riferimento, non venendo meno ad un rapporto di comunione con il prete e il vescovo. In America Latina la chiesa è più fresca e più viva perché negli ultimi 50 anni è stato fatto un cammino differente: si è scelto di puntare sulle comunità ecclesiali di base. Là c’è un numero molto minore di preti ma con molta più gente all’interno della comunità.


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