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Intervista a don Andrea Querzè, vicario generale della Diocesi, a seguito della Tre giorni del clero   versione testuale

"I tre temi, seppur diversi, convergono in un unico punto: accompagnare i fedeli all'incontro personale con Gesù"


Ancora la famiglia al centro della Tre giorni del clero, perché si insiste così tanto su questa riflessione?

La volontà del vescovo Ghirelli di affrontare questi tre temi deriva dalla loro estrema attualità. Non a caso le lezioni sono state molto partecipate, sia dai preti che dai laici. La riflessione sulla famiglia è stata molto importante perché penso che l’Amoris Laetitia non sia stato ancora assimilato. Era necessario riprenderlo come abbiamo fatto l’anno scorso quando tutta l’enciclica è stato il tema cardine della Tre giorni del clero. Quest’anno ci siamo concentrati sul capitolo ottavo perché pone la questione dei divorziati e il fatto che possano accedere alla comunione o meno.

Come è stato interpretato il capitolo ottavo da monsignor Lambiasi, relatore del primo giorno?

È emerso il pensiero del papa: una chiesa che include e si fa carico di tutte queste situazioni. Non possiamo accontentarci di dire dottrinalmente che una coppia non è “regolare” quindi non può accedere ai sacramenti, ma non possiamo neanche risolvere dando la comunione a tutti.

Qual è la giusta strada allora?

Non un qualunquismo ma neanche un rigorismo. La via centrale si fa carico di tutte queste situazioni e le accompagna. Prima del problema se si possa o meno accedere all’Eucarestia si pone il problema del discernimento delle coppie e di come condurle all’incontro vero con Gesù. Il nostro compito consiste nell’accompagnare le persone in un percorso di direzione spirituale per fargli incontrare Gesù. Quando Gesù incontra Zaccheo non lo rimprovera per aver rubato ma va a trovarlo a casa sua. Per Zaccheo è solo l’incontro con quest’uomo che gli permette di capire lo stato del suo peccato e la coscienza della sua persona.

Nella seconda giornata, monsignor Ghizzoni ha parlato di beni ecclesiastici. Apparentemente sembra un tema poco spirituale e molto tecnico, perché invece è importante nella vita di un prete?

Tutti i temi trattati possono apparire slegati ma nella vita del prete si intrecciano l’uno con l’altro. Noi ci rendiamo conto dei tanti beni che ha la chiesa ma c’è il rischio di soffocare sotto di essi. È complicato gestire questi beni perché non abbiamo una preparazione specifica. Ci sono preti che hanno una vera e propria passione ma ce ne sono altri che naufragano in questa difficoltà.

Cosa può aiutare nella gestione?

Sicuramente la trasparenza ci aiuta ad essere più vicino alla gente. Bisogna comunicare al popolo come vengono utilizzati i soldi e le offerte che vengono fatte perché quando i fedeli vedono dove impieghiamo le offerte sono rassicurati. L'altro problema è come aiutare il prete a sollevarlo dalla gestione economica e ad aiutarlo nella sua pastorale. Abbiamo chiese piccole che sono molto ricche a livello di beni immobiliari. Ci alcune sono situazioni in cui bisognerebbe investire cifre importanti per poi ricapitare nella stessa situazione entro pochi anni; ci vuole intelligenza anche per capire dove e cosa ristrutturare.

Quale può essere un aiuto concreto?

Coinvolgendo dei laici che siano formati e preparati, soprattutto per quanto riguardo la vita della chiesa. Non amministriamo un’azienda ma bisogna sapere cosa vuol dire impegnare i soldi nelle attività pastorali. Il vescovo Ghirelli ha già avuto l’idea di coinvolgere i laici nella gestione delle parrocchie.

L’ultimo tema la carità.

Anch’esso un tema importante perché vi è legato quello della povertà, intesa sia in senso materiale che spirituale. La dimensione della povertà appartiene alla vita cristiana e durante il dibattito sono emersi contributi molto interessanti, ad esempio un prete parlava di povertà di coscienza, ravvisabile soprattutto nei giovani.

Cosa intendeva?

Manca la coscienza della propria umanità, ricca di doni e di limiti. Il compito del prete è guardare questi aspetti dell’umano e accompagnare i giovani in un cammino di rapporto con Dio. Il prossimo Sinodo sarà dedicato ai giovani motivo per cui il Vescovo ha voluto toccare questo tema.

Giovani e profughi: bisogna recuperare la dimensione comunitaria?

Legato alla aspetto della carità c’è il tema dell’incontro. Bisogna stare vicino alle persone certamente per dargli una casa e i beni di prima necessità ma soprattutto per inserirli in una storia comunitaria. La logica del Vangelo è proprio questa: una comunione di vita. Nel dare all’altro ciò di cui ha bisogno c’è un ritorno a chi offre. Non è mai una dinamica a senso unico.

Ci sono già iniziative nella nostra Diocesi?

C’è la volontà di far partire un nuovo progetto che a Bologna è già attivo: un “rifugiato a casa mia”. In pratica è una famiglia che accoglie un profugo dopo che questo è stato registrato in Italia. Si innesca qui la dinamica dell’integrazione e dell’inserimento nella società.


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